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時事イタリア語

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クルド人部隊ペシュメルガ、シンジャール奪回作戦を開始

  クルド人部隊ペシュメルガが、アメリカ軍の支援のもとで、イラクのシンジャールを奪回するための戦いを始めた、この日は、歴史的な日となるだろう。それはこの日が、イラクの北西部でイスラム国にたいして本格的な陸上での攻勢が開始された日となるからである。目指されているのは、イスラム国が支配している都市としては、シリアのラッカに次いでイラク国が支配している大きな都市であるイラクのモスルの近くにあるシンジャールである。

 今回の攻撃の「グラウンド・ゼロ」であるこの町は、シリアの国境から数キロメートルしか離れておらず、イスラム国の軍隊が、 クルド人のヤズディ派の住民を虐殺した場所でもある。その2014年の夏から15ケ月が経って、クルド人の軍隊が反撃を開始した。上空からは、絨毯爆撃に出撃した同盟軍の戦闘機が見守っている。
 この作戦は「シンジャール解放作戦」と呼ばれており、11日から12日にかけての夜に実行された24回の爆撃の後に、7,500名ほどのペシュメルガの兵士たちが三方向から出撃した。上空からは、アメリカ合衆国、フランス、イギリスなど、同盟軍の特別部隊が支援している。最初の目的は幹線道路であるルート47を占領することであり、これによってイスラム国の「供給ライン」を切断することにある。この道路は、200名から250名のイスラム国の兵士たち、とくにアフガニスタンの兵士たちが死守しようとしているシンジャールに通じている。
 最終的な目的は、ラッカとモスルをつなぐ場所にあるこの要衝の地シンジャールの町からイスラム国の兵士たちを追い出すことである。ラッカはシリアにおけるイスラム国の「首都」であり、モスルはイラクにおけるイスラム国の「首都」なのである。シンジャールを占領すれば、モスルは供給ラインを断たれることになり、次第に苦しい状態に陥ることになろう。そして最後の苦しい戦いが始まるだろう。この戦いでは、2014年6月にイスラム国の手に落ちたモスルの奪回が目指されることになる。それだけに今回の戦闘は、イラクでの戦争の第二段階の始まりを告げるものとなるだろう。

www.lastampa.it

Nuova offensiva dei Peshmerga contro l’Isis in Iraq

I curdi, aiutati dalle bombe statunitensi, puntano a riconquistare e la regione di Sinjar. L’obiettivo è tagliare le linee di comunicazione dei militanti del Califfo
AP

La regione di Sinjar, dove risiede gran parte della minoranza degli Yazidi, è nelle mani dellIsis dall’estate del 2014

  

La data è destinata a entrare nella storia, se non altro perché segna la prima vera grande controffensiva di terra contro lo Stato islamico nel settore nord-occidentale dell’Iraq. Quello a ridosso di Mosul la seconda città del califfato dopo Raqqa. Il ground zero dell’offensiva si chiama Sinjar, città a una manciata di chilometri al confine con la Siria, teatro della spietata persecuzione perpetrata ai danni della popolazione yazida da parte dei tagliagola di Abu Bakr al Baghdadi. Era l’estate del 2014, e a quindici mesi di distanza giunge la risposta delle forze curde, vegliate dall’alto dai caccia della coalizione impegnati in raid a tappeto.  

 

E proprio dall’alto si è inaugurata «Operation Free Sinjar», con una serie di 24 bombardamenti partiti nella notte tra mercoledì ne giovedì e proseguita con l’avanzata su tre fronti di almeno 7.500 Peshmerga, coadiuvate sul terreno dalle forze speciali occidentali, in particolare di Usa, Francia e Gran Bretagna. Il primo passo è occupare la Route 47, la strada dei collegamenti per spezzare la «chain of supply», ovvero la linea dei rifornimenti e stringere d’assedio la città di Sinjar dove sono asserragliati 200-250 fighter, in particolare afghani, mujaheeden pronti a resistere sino alla morte.  

 

L’obiettivo finale è quello di espugnare la città che si trova sulla linea di comando tra Raqqa e Mosul, ovvero a cavallo delle due capitali, una siriane e l’altra irachena del califfato. In questo modo Mosul rimarrebbe priva di una linea di rifornimenti e si causerebbe una sua lenta atrofizzazione per poi procedere alla fase più difficile, ovvero la sua riconquista dopo la caduta nella mani dellIsis avvenuta il 5 giugno 2014. Ecco perché l’offensiva lanciata stamane viene considerata il 2.0 della guerra in Iraq, ed ecco perché prima di procedere è stato necessario un grande lavoro preparatorio al quale La Stampa ha assistito in presa diretta trascorrendo diverso tempo su quelle montagne con i Peshmerga. 

 

Sinjar la città martire  

Perché l’offensiva sul fronte occidentale dell’Iraq è partita proprio da Sinjar? Lo abbiamo capito trascorrendo diversi giorni tra quelle montagne a ridosso del Ground Zero dell’operazione di ritorno a matrice curda. Il primo motivo è che Sinjar è una città simbolo, essendo stato il luogo del genocidio della popolazione yazida, una delle pagine più sanguinarie e buie della storia contemporanea. Lì vivevano circa 30 mila yazidi, perseguitati e decimati dai tagliagola del califfo. Gli uomini uccisi, le donne stuprate, i bambini finiti in cattività. Chi si è dato alla fuga oggi vive alle pendici del monte, nei campi di accoglienza allestiti dalle agenzie Onu. Pertanto riconquistare Sinjar, la città martire, ha un valore simbolico importantissimo. In secondo luogo il centro, che si trova nella piana di Niniwa, è strategico perché è un nodo di congiunzione tra Raqqa e Mosul. La Route 47 che la attraversa è l’arteria dove lo Stato islamico fa circolare merci, petrolio, armi e rifornimenti necessari a tenere in vita le due sponde del califfato.  

 

Riconquistarla significa portare all’isolamento Mosul, farla consumare piano piano, costringerla ad anninetarsi e farla implodere. Mentre Sinjar è una città fantasma, ovvero vi sono solo jihadisti, a Mosul risiedono invece oltre un milione di persone che gli sgherri di al-Baghdadi non fanno certo andare via perché sono perfetti scudi umani. Quindi un’offensiva militare in senso stretto è improponibile perché causerebbe una carneficina. Il terzo motivo per cui è importante l’offensiva di Sinjar è di carattere politico e geopolitico. Nel primo caso infatti la sua riuscita è un punto a favore di Barzani, il presidente del Kurdistan che fino adesso non ha incassato risultati significativi sul campo, a differenza dei curdi di Talabani, l’oppositore politico interno, che invece hanno portato a compimento la presa di Kirkuk e Baiji, luoghi strategici perché a ridosso dei grandi campi petroliferi. Infine Sinjar vuole essere il primo vero «touch base» americano in Iraq, ovvero il primo successo sponsorizzato dagli Usa e dagli altri 60 Paesi della Coalizione. La risposta, con i fatti, all’iperattivismo della Russia nella vicina Siria.  

 

 

L’Italia nella lotta all’Isis  

Nelle trincee di prima linea di Sinjar si parla italiano. Si, perché diverse unità operative sul territorio e attualmente impegnate nell’offensiva avviata dai curdi sono state addestrate proprio di militari italiani. E perché hanno brand tricolore una certa quantità di armi giunte sul fronte di Sinjar e in dotazione alle forze di terra. Facciamo un passo indietro e torniamo dove era partito il nostro viaggio nel conflitto iracheno, ad Erbil. E’ qui che si svolgono le attività di «Prima Parthica», la legione romana che dà il nome alla missione di addestramento dei Peshmerga. Si tratta della Legione romana creata nel 197 dall’imperatore Settimio Severo, prima in assoluto ad arrivare in Medio Oriente e ad insediarsi stabilmente con 6 mila uomini fissando il proprio avamposto in Mesopotamia, guarda caso, proprio a Sinjar. L’Italia è la spina dorsale delle attività di addestramento, per numero di uomini impioegati e addestrati. Il «Kurdish Training Coordination Center» è infatti a guida italiana con 200 Paracadutisti della «Folgore», e un totale di 1.500 Peshmerga preparati solo dall’Italia dal gennaio 2015. A partecipare alle attività sono anche Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia, Olanda e Ungheria, quasi 600 militari in tutto impiegati nell’addestramento di base di fanteria. Sono 5 mila invece i militari preparati in oltre nove mesi di attività.  

 

A Sinjar abbiamo trovato diverse unità Peshmerga addestrate dagli italiani ma anche due battaglioni yazidi. Per la guerra in Iraq l’Italia ha messo in tutto a disposizione 500 uomini tra i Parà in Kurdistan, un centinaio di Carabinieri a Baghdad per addestrare la polizia irachena e l’Aeronautica militare con quattro Tornado e due droni dalla base del Kuwait. «Innanzi tutto grazie per l’aiuto che voi italiani ci date, è importantissimo per noi, ricordo la sensibilità mostrata per la nostra causa durante la presidenza italiana della Ue», ci dice ci dice il generale Iziddin Sa’din Salih, comandante della 12 esima Brigata Peshmerga, quella dispiegata su tutta la prima linea di questa parte del fronte. L’ufficiale veterano è anche il responsabile di settore dove operano due battaglioni di yazidi addestrati dai Paracadutisti della Folgore. Un contributo quello italiano che constatiamo con i nostri occhi, quando arriva a Sinjar un «lanciatore Folgore», il «cannone senza rinculo» dei Paracadutisti, ora in dotazione ai Peshmerga per fermare i camion bomba delle bandiere nere. Sono circa ottanta le armi controcarro fornite dall’Italia con mille colpi in tutto cui vanno aggiunte le mitragliatrici Browning di vario genere. Il generale ne fa sfoggio, poi ci dice: «Purtroppo ancora non basta». 

 

Militari, milizie e jihadisti  

A guidare le operazioni è il generale Iziddin Sa’din Salih, comandante della 12 esima Brigata Peshmerga, quella dispiegata sulla prima linea a ridosso delle postazioni dellIsis. L’alto ufficiale, è anche il coordinatore di tutte le forze di prima linea, tra cui due battaglioni di yazidi addestrati dai Paracadutisti italiani nell’ambito della missione «Prima Parthica». Ma Sinjar è un crogiuolo di combattenti, una sorta di Woodstock delle milizie e non solo. Innanzi tutto occorre dire che in trincea accade di vedere fianco a fianco curdi, yazidi e combattenti cristiani. Così è successo a noi quando abbiamo trascorso diversi giorni in prima linea, ricordiamo in particolare di aver conosciuto un combattente cristiano che col fucile in mano e il telefonino nell’altra, ci mostrava con orgoglio le immagini sacre di Gesu, Maria e Giovanni Paolo II. Ma tra le montagne di Sinjar ci sono anche i miliziani del Pkk, ammassati con circa 600 uomini e decine di blindati pronti a entrare nella città e dichiarare di averla conquistata. E’ stato anche questo uno degli elementi che ha frenato la partenza della controffensiva. Non mancano infine le forze speciali, americane in particolare, ma anche francesi e britanniche, che hanno il compito di «illuminare gli obiettivi» e di coordinare gli attacchi «terra-aria», ma non è escluso che in caso di estrema necessità siano loro stessi a tirare il grilletto. 

 

Un dedalo di tunnel sotterranei  

Secondo le informazioni di intelligence curda e alleata, nella città di Sinjar sono asserragliati alcune centinaia di jihadisti di Abu Bakr al-Baghdadi, pronti a morire prima di vedere la città riconquistata. Il nucleo centrale è costituito da circa 200-250 mujahedeen afgani, guerriglieri spietati e ben addestrati, coloro che hanno tenuto la posizione rispondendo ai bombardamenti alleati per diverse settimane. Non ci sono invece i temutissimi ceceni, perché gran parte di loro erano confluiti nell’Iraq centrale per partecipare alla battaglia di Baiji, finendo loro stessi massacrati dalle milizie sciite. Le forze jihadiste hanno inoltre sofferto alcune smagliature dovute ai primi dissidi interni, in particolare tra combattenti iracheni e stranieri. A Mosul ad esempio, un mese fa c’è stato un sanguinoso regolamento di conti tra iracheni e ceceni per questioni di donne, ovvero per il controllo del business delle schiave del sesso. In supporto agli afghani sono giunti negli ultimi giorni manipoli sparsi di altri jihadisti, ma avere un numero preciso di quanti siano ancora in città è complicato. Quello che è certo invece è che a Sinjar non c’è un civile ma questo da tempo. Gli uomini del Califfo si muovano tra il dedalo di tunnel sotterranei e le rovine dei tanti edifici dove si annidano cecchini e batterie di mortai pronte a far fuoco sulle colline da dove è partita l’offensiva curdo-yazida-alleata. Ciò che però si teme di più sono gli Ied, i famigerati ordigni esplosivi disseminati in ogni angolo del centro. Detonatori sono collegati ai rubinetti delle fontane, così che all’apertura dell’acqua esplode la bomba. O dentro i cadaveri degli stessi jihadisti morti, che in caso vengano raccolti e ammassati dai curdi in avanzata esplodono in aria. E’ questo ciò che rende più rischiosa la seconda parte dell’operazione «Operation Free Sinjar», ovvero la bonifica porta a porta di quello che per 15 mesi è stato il regno delle bandiere nere dello Stato islamico.